Panchine

La scuola è iniziata da alcuni giorni, portandomi una grande malinconia. Perché quest’anno io non sarò in campo ad allenare alla vita le mie alunne e i miei alunni. Sarò in panchina. A guardarli allenarsi. Inizialmente ne ho molto sofferto, sentire nell’aria quell’adrenalina, quella voglia di scendere in campo che contagiava le mie colleghe mi faceva sentire inutile. Avevo tanti progetti per quest’anno scolastico e mi ritrovavo con tante domande e preoccupazioni per il futuro. E soprattutto una grande paura di perdermi qualcosa. Di perdere la mia identità. Poi la scuola è iniziata e io ho capito che non potevo permettere alla malattia di strapparmi anche l’anima, dopo aver intaccato la mia immagine di donna.
Ho iniziato a vedere questa pausa forzata come un’opportunità. E ho capito che un distacco dalle emozioni forti che il mio essere insegnante comporta era necessario. Ho bisogno di tempo da dedicare a me stessa, di ritrovarmi. Se imparo a sfruttare bene questo tempo sarò anche un’insegnante migliore quando tornerò in campo. Per questo vorrei provare a fare una parte di tutte quelle cose a cui da settembre ero costretta a rinunciare, per stanchezza. Senza ansia da prestazione, senza strafare (anche perché le mie risorse fisiche sono comunque limitate) ma con leggerezza. Voglio guardarmi intorno e capire. Corsi di aggiornamento, cinema, teatro e soprattutto tanta poesia. Per iniziare. Ma ciò che è importante è avere uno sguardo nuovo sulle cose e su me stessa. Quest’anno mi ricarico. E quell’agenda dell’insegnante che quando è arrivata mi ha fatto versare una lacrima ho deciso di riempirla con le esperienze di questi mesi perché io resto un’insegnante. Momentaneamente in panchina. Ma ci sono panchine che ti permettono di partecipare alla vita, altre su cui dormire e aspettare che passi l’inverno. Io ho scelto la mia.

Lucignoli

Mi sono imbattuta nelle scorse settimane in due storie trovate in rete. Una riguarda un avvenimento accaduto 24 anni fa, nel 1993, di cui ho un ricordo vivido: il rapimento e l’uccisione di un bimbo di due anni da parte di due bambini di 10 anni. Allora si parlò di mostri e si sprecarono molte parole. Nell’articolo che ho letto vi è descritta con minuzia di particolari tutta l’escalation di violenza che portò all’uccisione del bambino. Una storia terribile. Ma andando avanti nella lettura dell’articolo mi ha colpito un particolare. Dalle indagini sulle famiglie dei due bambini si scoprì che uno era stato ripetutamente violentato dal padre alcolista, l’altro figlio di genitori divorziati, entrambi definiti depressi patologici, veniva continuamente preso in giro dai compagni per via del suo strabismo. A scuola era oggetto di bullismo finché non conobbe l’altro bambino e si trasformò a sua volta in un bullo. Fin qui tutto abbastanza normale, nel senso che sono dinamiche piuttosto diffuse.
Ciò che mi ha fortemente turbato nell’articolo è questa frase: “Poiché i due ragazzi disturbavano lo svolgersi delle lezioni, gli insegnanti avevano preso ad isolarli. Con il passare del tempo i due avevano iniziato a marinare la scuola sempre più spesso e a vivere sulla strada” (immagino con buona pace degli insegnanti che avevano così risolto un loro problema).

La seconda storia in cui mi sono imbattuta è accaduta qualche settimana fa ed è stata raccontata dal sindaco di Bari. C’è un ragazzino che nel quartiere Libertà tutti chiamano “il terribile”. Sempre in giro con la sua bici alla ricerca di qualcuno da infastidire. Un cineforum all’aperto è un’occasione troppo ghiotta ed eccolo sfrecciare sulle sue due ruote, con il suo repertorio di parolacce, grida, insulti rivolti alla folla che pian piano si stava formando. Succede che a un certo punto il ragazzino si stanca di dare fastidio e si siede sulla gradinata con gli altri a vedere il film (che parlava di mafia). La storia continua. Due settimane dopo il sindaco torna nello stesso luogo in occasione di un piccolo concerto all’aperto. Il terribile è sempre lì, con la sua immancabile bici. Saluta e poi sfodera il suo solito repertorio. Sfidando apertamente l’adulto. A rimproverarlo. A trattarlo male come tutti. E invece l’adulto non lo rimprovera ma nemmeno lo ignora. Lo guarda. E quando gli volta le spalle, giusto 5 minuti in cui non lo guarda, succede che il ragazzino lascia la bici, si va a sedere accanto a lui e lo abbraccia. E gli dice una cosa, in dialetto: A ME devi guardare!

Ecco. Penso che la chiave per capire i nostri adolescenti, figli o alunni, sia guardarli. Non con il cipiglio del rimprovero ma con amorevolezza. Non condiscendenza ma premura. Non indifferenza ma attenzione. Non buonismo ma comprensione e rispetto reciproco.
Mi sono tornati in mente i tanti ragazzi di questo tipo che ho incontrato. In realtà non li ho dimenticati mai, come non ho dimenticato nessun alunno. Io li chiamo lucignoli. E li ricordo tutti. Dai gemellini terribili di Trinitapoli, Francesco e Pasquale, a Vincenzone (quanto vorrei rivederli, sapere di loro). Poi il più lucignolo di tutti, che anche per assonanza con il suo cognome veniva chiamato (dagli adulti) Lucifero. Quanti progetti per lui, quanti tentativi, quanti fallimenti. Quanta pazienza. Quanta insofferenza. E lui chiedeva una sola cosa: guardatemi. E lo chiedeva, lo gridava, lo pretendeva in tutti i modi sbagliati, gli unici che conosceva. Ragazzo dotato di una bella intelligenza, nato in una famiglia sbagliata. Chissà cosa combina, se ha trovato il suo equilibrio. Poi G., avuto in classe solo per mezzo anno. Bellissimo e sensibile (il metodo caviardage non sbaglia!), nascondeva la sua fragilità dietro un continuo interrompere la lezione. Anche lui chiedeva solo di essere guardato. Famiglia di tutt’altro tipo. Mi è dispiaciuto tantissimo non ritrovarmelo in terza. Ero sicura che avremmo fatto bei progressi insieme. Ma la maggior parte delle colleghe di classe ha tirato un sospiro di sollievo. Il problema lasciamolo a qualcun altro. Ho avuto anche una meravigliosa lucignola. Come dimenticarla. Una ragazzina imponente e impositiva, bugiarda e manesca ma che sapeva essere amabile quando voleva. Quante promesse. Sincere ma non vere. Quante lacrime, quanta rabbia, quanto desiderio di amore incondizionato, quanta voglia di crescere e di riprendersi quello che le era stato tolto.

Quest’ultimo anno una prima bellissima con molte situazioni problematiche. Di lucignoli ce n’erano parecchi. Mi soffermo su due, senza fare nomi. Sotto alcuni aspetti mi ricordano i due bambini di Liverpool (storia famigliare e rapporto tra i due). Ragazzini fragilissimi, che a 11 anni avevano visto cose che molti adulti non vedono in una vita. Difficilissimi da gestire. Soprattutto insieme. Di uno mi sono innamorata subito. I suoi occhi fin dal primo giorno dicevano: guardami, amami. Anche con lui il Metodo Caviardage non ha mentito. Quando si è capito cosa succedeva quando il padre veniva avvisato delle note ho pregato i miei colleghi di non metterne più. E poi c’era l’altro, è arrivato in classe più tardi e l’ha destabilizzata. Nulla è stato più come prima dal suo arrivo, lezioni faticose e continuamente interrotte. Clima in classe completamente cambiato, le mie meravigliose bambine impaurite, i maschietti inesorabilmente attratti dai suoi modi. Una spirale infernale. Pian piano si è riusciti a far comprendere alla classe il concetto di tagliare la miccia, la miccia è chi sta intorno, se la tagliamo, se spezziamo la catena, la bomba non esplode. Un passo avanti e due indietro. Poi ancora un passo avanti e poi uno indietro. È così con questi bambini anche perché noi docenti non siamo messi nelle condizioni di poter davvero fare qualcosa e a un certo punto siamo costretti a scegliere. Salvarne uno o salvaguardare gli altri 23? Le energie e i mezzi a disposizione non sono sufficienti per salvare capra e cavoli.
Eppure qualche timido miglioramento c’era stato e ce ne sarebbero potuti essere altri. Ma noi adulti non ci accontentiamo, noi vogliamo che loro, i piccoli mostri, i lucignoli, gli asini, i terribili diventino esattamente come noi pretendiamo che siano. E loro che a volte ce la mettono tutta ma proprio non riescono vedono frustrati tutti i loro tentativi di adeguarsi, di essere bravi, di essere come gli altri. Per poter essere accettati. Ma noi non li accettiamo, non ci basta essere interrotti due volte invece che cinque, noi vogliamo fare lezione senza essere disturbati. E così si ritorna al punto di partenza perché se tutto quello che faccio per comportarmi meglio non viene riconosciuto tanto vale continuare a fare il terribile. Così almeno mi vedranno.

Ricordo di aver fatto una riflessione e ne ho parlato con alcune colleghe e poi alle mamme che giustamente venivano a lamentarsi per il linguaggio, i gesti, le minacce… Noi possiamo mettere fuori lucignolo e salvaguardare gli altri. Ma la scuola è l’unica possibilità che abbiamo per fargli capire che esiste un altro modo di stare al mondo, di rapportarsi agli altri. La scuola è l’unica possibilità che ha per essere accettato e amato. Se gliela togliamo ne faremo un delinquente e avremo sì salvato i nostri figli dalle sue angherie ma avremo contribuito a peggiorare quella società in cui i nostri stessi figli vivranno. Discorso complesso. Ho provato comunque a farlo pur nella consapevolezza dell’impotenza. Perché non basta la buona volontà per risolvere situazioni così difficili. Lo sapevo e lo so.
Non esiste certezza di niente però non posso fare a meno di pensare che forse se quei due bambini che disturbavano la lezione nella lontana Liverpool non fossero stati isolati dai loro insegnanti (che cosa terribile), se avessero trovato adulti che li avessero guardati, che avessero visto le tragedie che si portavano dentro, se avessero trovato qualcuno capace di tirar fuori la bellezza… forse il piccolo James sarebbe ancora vivo. È un forse. Ma abbiamo il dovere di chiedercelo ogni giorno.
Per i mie due lucignoli che ho abbandonato anzitempo con il cuore spezzato (e non solo loro) è finita che uno è stato promosso con 3 debiti (tra cui arte e musica… e taccio), l’altro è stato respinto e ripeterà per la terza volta la prima. E ci saranno altri bambini da proteggere e altri genitori da rassicurare…

Datemi una classe

Sono tornata da Matera, dal Seminario per Formatori in Metodo Caviardage, con il consueto bagaglio di poesia e bellezza. Tanto affetto. Idee, voglia di sperimentare, di mettersi in gioco. Ma quest’anno avvertivo un disagio, e l’emozione dominante è stata la malinconia. Qualcosa mi manca. La classe.
Gli anni scorsi sapevo a quali alunni avrei potuto proporre le idee venute fuori dal seminario, avevo in mente i loro volti, la loro bellezza in crescita. Sapevo quali colleghe avrei potuto coinvolgere, sapevo in che contesto mi sarei trovata a insegnare. Non solo la classe ma la scuola, la segreteria, i collaboratori, le famiglie, la città. Il contesto insomma. E per me è importante, tanto che tramite i social seguo le vicende amministrative e politiche, le problematiche della città in cui insegnavo quasi più di quella in cui vivo. Quest’anno mi manca tutto. Una classe ha concluso il suo ciclo, come è giusto che sia, non è questo il punto. Con un’altra classe avevo iniziato un bel cammino, interrotto dalla malattia. E purtroppo non potrò riprenderlo. Per una serie di circostanze che hanno messo a dura prova i miei nervi, casualità, sfiga e zappa sui piedi. Ma comunque è questa ora la realtà. Ci sarà un’altra classe, un altro contesto da esplorare, una nuova scuola in cui provare a farmi conoscere? Forse.
In ogni caso tutto questo non mi entusiasma. Non è solo perché mi mancheranno i miei alunni e le mie colleghe. È drammaticamente vero ma ci sta. Non è nemmeno la paura dell’ignoto, che pure c’è. È che qui l’incognita è davvero grossa. Tra assegnazione provvisoria e malattia chissà se avrò una classe, una scuola, delle colleghe. In tanti mi dicono “quest’anno pensa a te”. Hanno sicuramente ragione. È l’atteggiamento migliore, più razionale. Ma io senza una classe non so pensarmi. Un insegnante senza la sua classe non è un insegnante. Scrivere, leggere, memorizzare, studiare, pensare in maniera strutturata… tutto è difficoltoso. Sono conseguenze della chemio che annebbia le facoltà intellettive – si chiama chemio brain – ma probabilmente se avessi un obiettivo concreto, qualcosa su cui e per cui concentrare i miei sforzi sarebbe più facile. Insomma. Datemi una classe. Ma anche l’energia l’entusiasmo la forza per esserci.

Darci un taglio

Quando sono entrata di ruolo e diventata ufficialmente insegnante diverse persone mi hanno chiesto (perché ci sono tante persone che sanno sempre cosa è meglio per gli altri?) “Ma ora te la taglierai quella treccina?” Che era come dire ora “Finalmente metterai la testa a posto?” Succede lo stesso quando ti sposi, quando nasce un figlio… sembra che bisogna per forza diventare come tutti. C’è chi interpreta la vita come tappe forzate per arrivare al traguardo dell’omologazione. Per me non è mai stato così. Ed è quello che cerco di insegnare: ognuno ha il suo percorso e non bisogna farsi influenzare dal “così fan tutti”.
Per fortuna non ho ascoltato quelle voci e per tutti sono sempre stata la prof con la treccina. Non mi sembra però che abbia influito negativamente sul mio lavoro, anzi spesso ha creato cortocircuiti di simpatia con gli alunni e pazienza se qualche adulto ha storto il naso, io non sono a scuola per loro.
In ogni caso ieri sera è caduta con onore e un po’ mi mancherà. Otto anni di convivenza non sono pochi.
Quando abbiamo iniziato la nostra avventura insieme non era un bel momento. Non lo è neanche questo. Ma oggi come allora un motivo per andare avanti e sorridere seppure a denti stretti è importante trovarlo. Era il 2009 e due eventi negativi avevano proiettato una lunga ombra sulla mia vita, non pensavo di uscirne. Decisi di tagliarmi i capelli – sembrerà strano ma li portavo piuttosto lunghi – ma all’ultimo momento chiesi alla mia amica parrucchiera di lasciarmi una ciocca e di farmi un treccia. Avevo capito che “darci un taglio” non significa dimenticare. Io volevo ricordare quello che era successo ma lasciarmelo alle spalle e andare avanti. Anche perché nel frattempo la nostra casa aveva aperto le sue porte a una gazzella nera con tante treccine e c’era bisogno di futuro.
Ieri la mia amata treccina è caduta, insieme alle rimanenti ciocche di capelli, sotto le amorevoli mani della stessa amica parrucchiera e davanti agli occhi un po’ lucidi di mia madre. Non sarò più la prof con la treccina, ho dovuto ancora una volta necessariamente darci un taglio, ma rimango me stessa, con tutta la mia capa fresca (letteralmente!).

Cultura ed emozioni

Raccontare la mia idea di scuola iniziando dalla fine. Forse è l’unico modo. “Avrei tante cose da dire ma a volte le parole non bastano… Posso soltanto dirle che per noi è stata quanto di più bello potesse capitare ad una classe di adolescenti, col suo metodo è riuscita ad amalgamare perfettamente cultura ed emozioni. Un valido modo per esserle grate non penso esista se non nei nostri cuori.”
È il messaggio che mi ha inviato la mamma di una delle mie alunne di terza. Nella sua semplicità racchiude il senso del mio intendere l’insegnamento. Non un semplice passaggio di nozioni ma cultura, cioè saperi che si trasmettono anche attraverso le emozioni che si è in grado di suscitare. Parole importanti per me anche perché fanno emergere un elemento fondamentale per la riuscita di qualsiasi metodo: il coinvolgimento e il supporto delle famiglie. Non sarebbe stato possibile gran parte di quello che ho fatto in questi tre anni con questa classe se non avessi avuto l’appoggio quasi incondizionato delle mamme (e di qualche papà). Un rapporto di fiducia che si è costruito nel tempo e che ho voluto chiarire fin dall’inizio.
In alcune esperienze passate avevo avuto la spiacevole sensazione che la scuola fosse una guerra continua. Guerra tra colleghi, tra insegnanti e dirigenti, tra alunni e insegnante, tra insegnanti e genitori. Pensavo fosse un’assurdità perché dovremmo avere tutti lo stesso obiettivo, la crescita dei ragazzi… perciò mi sono ripromessa che nel mio piccolo, quando avrei avuto una classe mia, avrei cercato di far comprendere proprio questo, cioè che insieme, come comunità educante, si lavora per la riuscita di un obiettivo comune. Non è stato sempre facile e ci sono state alcune resistenze (ma poco dalle famiglie in verità…). Però ce l’abbiamo fatta e confesso che l’altra sera durante la classica pizza con la mia terza, organizzata perché io potessi esserci tra una chemio e l’altra, quello che mi ha commosso di più – oltre a rivedere i miei ragazzi dopo tre mesi e ritrovarli cresciuti – è stato l’affetto sincero delle mamme che sono venute a salutarmi e a informarsi sulla mia salute. Non sono riuscita a dire niente quella sera, per la troppa emozione e per la mancanza di forze. Riparo con questo piccolo e dicreto post che è il mio grazie per chi ha capito e condiviso la mia idea di scuola in questi tre anni belli e faticosi.

Relax and forget

“Relax, Forget the board” è inciso su una targhetta di metallo regalo di una collega carissima, una sorella, con cui ho lavorato solo mezzo anno, intenso e difficile, reso più leggero dalla sua compagnia. Ho provato a interpretarlo e l’unica traduzione fattibile mi è sembrata “Dimentica la lavagna”. Oggi per me ha un significato su più livelli. Non è solo “stacca! dimentica la scuola e vivi” come poteva essere 5 anni fa, all’inizio del mio cammino da docente. Oggi per me si traduce in “dimentica la lavagna come unico strumento del tuo essere docente e inventati qualcos’altro”. È uno stimolo a migliorare il mio modo di stare in classe, non solo un invito a dimenticarmi del mio lavoro. Che poi, a dire il vero io amo la lavagna, quella classica in ardesia, e anzi il mio desiderio impossibile è avere un’aula ricoperta per tre quarti di lavagna così io ci potrei scrivere di tutto e far divertire gli alunni con i miei disegni strampalati. In questa pagina del blog parlero di scuola a modo mio. Senza proclami, senza linee guida, senza ricette ma in tono discreto e dimesso, lo stesso con cui con cui sto vivendo questi mesi.