Note a margine

A margine del convegno AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) a cui sono stata invitata come relatrice per presentare il Metodo Caviardage come cura, faccio una piccola riflessione.

Indubbiamente per me è stata una esperienza forte che mi ha dato la possibilità di vivermi ancora come “paziente” nel senso che mi ha convinto della necessità di inglobare in me questa dimensione. Certo trovarmi lì tra oncologi e infermieri a un convegno nazionale inizialmente mi ha spiazzato. In quel transatlantico dell’hotel Marriot a Roma poi il senso di smarrimento era centuplicato.

Mi sono chiesta che ci facessi lì. Ma ho capito che la mia presenza era importante, insieme a quella di altri pazienti che hanno portato la loro testimonianza. Importante perché senza pazienti non ci sarebbero medici e infermieri. Importante perché di noi si parlava ed era giusto che anche noi dicessimo la nostra.

A dire il vero nella  sessione degli oncologi si parlava di malattie, cure, medicine attraverso grafici e paroloni come se fossero rivolte a una entità astratta, il paziente non veniva quasi nominato. Nella sessione degli infermieri c’era più consapevolezza, c’era umanità, c’era professionalità. Perché l’empatia, la cura del paziente nella sua globalità fanno parte della professionalità. Se no si è medici a metà. Ma questo certi professoroni non lo capiranno mai. Dobbiamo essere noi pazienti a prendere consapevolezza e a mandare a quel paese questi personaggi. Quelli che ti guardano con condiscendenza, che calano la loro scienza dall’alto, che non ti ascoltano, quelli che devi solo ringraziare perché in fondo ti stanno facendo un favore.

Siamo noi che facciamo un favore a loro, se non ci fossimo noi non sarebbero nessuno e con la loro aria di superiorità potrebbero solo gonfiare palloni che non andrebbero lontano. Noi siamo più numerosi e più forti. Possiamo cambiare le cose. Non servono gesta eroiche o eclatanti. Basta semplicemente non tornare da quel medico che non ci ha guardato negli occhi, che ha sorriso delle nostre domande spaventate, che ci ha liquidato frettolosamente, che si è negato al telefono ma che non ha esitato a farsi pagare quanto non gli era dovuto.

A livello personale l’esperienza del convegno AIOM ha rafforzato la convinzione che è importante aiutare le persone che si ammalano di cancro a tirar fuori le parole. E il Metodo Caviardage con la sua forza catartica è uno strumento utile. Non l’unico ma questo so fare e vorrei davvero mettere la mia esperienza al servizio degli altri, aiutare le altre persone a non avere paura del cancro perché la pausa non ti permette di vedere oltre.

Ci sono state tante polemiche inutili sulla definizione del cancro come dono data da Nadia Toffa. Io penso che il senso non fosse che dobbiamo ringraziare di averlo ma che dobbiamo imparare a guardarlo come possibilità. Possibilità di vedere noi stessi e gli altri in modo diverso, possibilità di ascoltare il proprio corpo, possibilità di scoprire che la bellezza è nascosta anche qui, se la sappiamo vedere, se non abbiamo paura.

Mi piacerebbe che al prossimo convegno AIOM si parlasse di questo, delle parole che curano e delle possibilità che si aprono, delle paure e dei sogni, dei progressi della scienza e di come migliorare concretamente la vita dei pazienti e delle famiglie intorno a loro. E mi piacerebbe che ci fosse una sessione unica in cui oncologi e infermieri si confrontassero con i pazienti e non sui pazienti.

Perché solo un’alleanza medico-infermiere-paziente può curare, anche se non sempre guarire, il cancro.

pagine di vita

L’autrice è anche insegnante certificata del Metodo Caviardage, che consente di ricavare una poesia da una pagina di testo annerendo le parole che non vengono usate nella composizione poetica. Tale metodo, che pure in Tergiverso cede il passo alla poesia tradizionale, torna utile in chiave critica per analizzare i versi e il linguaggio dell’intera raccolta. È come se la poetessa, partendo dalle pagine della propria vita, avesse annerito la moltitudine di parole che vorticano nei pensieri angosciosi del malato, riducendo la lingua alla scarna essenzialità del dettato poetico.

Il titolo Tergiverso, a tal proposito, è esemplificativo. Esso ha origine nello sguardo privo di infingimenti di chi scrive, che si fissa sul «mondo che corre» perennemente incalzato da un tempo ridotto a un «oggi infinito». Ci si trova così davanti al «frangiflutti del destino / che non prendiamo in mano mai», di cui ci sfugge il senso. Ma ‘tergiverso’ può essere letto anche come una forma verbum + nomen, in cui il verbo ‘tergere’ indica l’atto di asciugare e contestualmente pulire il verso, riducendolo a poche, misurate sillabe, tutte pregne di significato. Ciò che Mariella Sciancalepore non fa mai è, invece, tergiversare dal punto di vista etimologico del termine, ossia ‘voltare le spalle al nemico’. Di contro, la scrittura assolve al compito di guardarlo in faccia, quel nemico, senza abbassare mai lo sguardo, resistendo.

I risultati migliori di questo volume si registrano quando alla durezza dell’asettico ambiente ospedaliero Mariella Sciancalepore contrappone il calore degli affetti e della vita quotidiana, alla forza della «mareggiata» il «bisogno / di non essere isola». I corridoi di questo labirinto di Cnosso che è la malattia vengono sostituiti da un’idea di casa da costruire con la persona amata, partendo dai simboli di una terra rappresentata per sineddoche («Stanotte raccoglierò calcinacci / e tu costruirai un muretto a secco»), con accenni di tenerezza quasi lamarquiana: «Faccio casa / dove tu sei / e se non ci sei / faccio casa / di cartone / sotto un ponte / e ti aspetto». Ancora, alla diagnosi fredda dei dottori la poetessa risponde con il proprio vissuto («sono questi i dettagli / per cui vivo»), alla nudità richiesta al paziente fa da contraltare l’umanità del pudore che «resta gentile e indomito / come un camice verde sottile che non ripara / come un plaid ristretto dai lavaggi / estrema difesa di femmina».

La recensione completa QUI.

Se, mai

Se diventerò per te
un corpo da lavare
una pelle da bucare
una bocca da nutrire.
E non sarò per te
un corpo da amare
una pelle da accarezzare
una bocca da baciare.
Tu, giura, lasciami andare.

Se sono viva

Oggi una zia cara mi ha chiesto di poter leggere una mia poesia per la festa della mamma nella sua associazione. Le ho risposto che mi sembra una scelta azzeccata. E ne sono felice perché mi conferma che anche le persone semplici possono cogliere l’essenza di una poesia.

Se sono viva
è per le parole che leggo
e per quelle che scrivo
nei ritagli di forza.
Se sono viva
è per te
che mi scruti ogni segno di cedevolezza
e non lo perdoni.
Se sono viva
è per te
che mi assilli bambina
per farmi mangiare.
Se sono viva
è per me
che nella mareggiata
riscopro il bisogno
di non essere isola.

Tergiverso

Amo molto questa mia nuova “creatura” e la odio un po’. Amo perchè sono io, sono i mesi più difficili di un anno difficile, perché sono riuscita a catturare le parole che, di notte soprattutto, mi assalivano e a trasformarle in qualcosa di comunicabile. Lo odio perché sono io, sono i mesi più difficili di un anno difficile e non mi permette di dimenticare. Sentimento ambivalente, come anche la necessità di esprimere quello che ho dentro e il desiderio di preservare uno spazio di intimità. Perchè scrivere e pubblicare significa mettersi a nudo e io in questa raccolta l’ho fatto davvero. Significa anche esporsi al giudizio e questo mi costa fatica ma è anche un esercizio che mi impongo. Ma basta ciance, solo poesie.

TERGIVERSO
Un oggi infinito questo andare
e ritorno.
Frangiflutti del destino
che non prendiamo in mano mai.
La sicumera
di chi ha giornate piene
agende senza spazi bianchi
non mi appartiene.
Io improvviso la rotta
e ostento
padronanza di carte.
Allarmata
guardo il mondo che corre
vorrei cambiarmi d’abito
e tergiverso.

non solo copertina

Quando ho chiesto ad Alessandra Giorgio un disegno per la copertina del mio libro che fosse in continuità ma anche in rottura con i due libri precedenti ho visualizzato proprio questa immagine, di più l’ho proprio sognata. Come abbia lei potuto entrare nel mio sogno è un mistero che forse si potrebbe svelare solo indagando 38 anni di amicizia e di amore, a cui si aggiunge l’ultimo anno di dolore e condivisione.

Questa donna tra luci e ombre, con le cicatrici sulla schiena al posto delle ali di cera mi rappresenta bene. E quelle foglioline verdi che spuntano sulla cicatrice, disegnate dalla piccola Eva sono la speranza e il futuro.