Io vengo da…

Io vengo dal mare, l’Adriatico che bagna gli scogli della mia città natia e i miei affetti, quello stesso che bagna le calette di sabbia della città dove vivo con chi ho scelto di vivere.
Io vengo da lunghi viaggi in treno e da mille e più incontri nell’alba assonnata. Vengo da tutti gli alunni con cui ho percorso tratti di strada, alcuni brevissimi, altri duraturi ma tutti custoditi nel mio cuore.
Io vengo da tutti i miei libri, da quelli che ho letto e da quelli che non so quando potrò leggere.
Io vengo dalla poesia, quella che leggo e quella che scrivo, quella che trovo in ogni luogo possibile e impossibile perché la poesia abita dentro di me.
Io vengo da una lunga malattia che mi ha sfiancato rendendomi più forte e più leggera, più consapevole e più felice.
Io vengo dai gatti con cui condivido lo spazio di casa e da quelli che incontro per strada, vengo dai gabbiani che respirano il mare. Vengo da tutti gli animali che amo e che non mangio.
Io vengo dai colori con cui mi piace vestirmi e circondarmi perché mettono allegria.
Io vengo dai miei sogni e dalle mie paure, vengo da tutte le canzoni che ho amato cantare.
Io vengo da una piccola treccia che mi ricordava qualcosa che non mi ricordo più o forse non ha più importanza.
Io vengo dal sole che inonda la mia Puglia ma soprattutto… Io vengo dalla Luna: sorridente e silenziosa, che  osserva con leggerezza, senza giudizio e su tutto splende.

Mi sono presentata così e ho chiesto loro di fare altrettanto. E ridendo e scherzando nella nuova seconda hanno scritto un testo e riscoperto l’anafora. Non male per il primo giorno di scuola.

pagine di vita

L’autrice è anche insegnante certificata del Metodo Caviardage, che consente di ricavare una poesia da una pagina di testo annerendo le parole che non vengono usate nella composizione poetica. Tale metodo, che pure in Tergiverso cede il passo alla poesia tradizionale, torna utile in chiave critica per analizzare i versi e il linguaggio dell’intera raccolta. È come se la poetessa, partendo dalle pagine della propria vita, avesse annerito la moltitudine di parole che vorticano nei pensieri angosciosi del malato, riducendo la lingua alla scarna essenzialità del dettato poetico.

Il titolo Tergiverso, a tal proposito, è esemplificativo. Esso ha origine nello sguardo privo di infingimenti di chi scrive, che si fissa sul «mondo che corre» perennemente incalzato da un tempo ridotto a un «oggi infinito». Ci si trova così davanti al «frangiflutti del destino / che non prendiamo in mano mai», di cui ci sfugge il senso. Ma ‘tergiverso’ può essere letto anche come una forma verbum + nomen, in cui il verbo ‘tergere’ indica l’atto di asciugare e contestualmente pulire il verso, riducendolo a poche, misurate sillabe, tutte pregne di significato. Ciò che Mariella Sciancalepore non fa mai è, invece, tergiversare dal punto di vista etimologico del termine, ossia ‘voltare le spalle al nemico’. Di contro, la scrittura assolve al compito di guardarlo in faccia, quel nemico, senza abbassare mai lo sguardo, resistendo.

I risultati migliori di questo volume si registrano quando alla durezza dell’asettico ambiente ospedaliero Mariella Sciancalepore contrappone il calore degli affetti e della vita quotidiana, alla forza della «mareggiata» il «bisogno / di non essere isola». I corridoi di questo labirinto di Cnosso che è la malattia vengono sostituiti da un’idea di casa da costruire con la persona amata, partendo dai simboli di una terra rappresentata per sineddoche («Stanotte raccoglierò calcinacci / e tu costruirai un muretto a secco»), con accenni di tenerezza quasi lamarquiana: «Faccio casa / dove tu sei / e se non ci sei / faccio casa / di cartone / sotto un ponte / e ti aspetto». Ancora, alla diagnosi fredda dei dottori la poetessa risponde con il proprio vissuto («sono questi i dettagli / per cui vivo»), alla nudità richiesta al paziente fa da contraltare l’umanità del pudore che «resta gentile e indomito / come un camice verde sottile che non ripara / come un plaid ristretto dai lavaggi / estrema difesa di femmina».

La recensione completa QUI.

I sogni degli insegnanti

Ogni anno, nelle settimane che precedono l’inizio della scuola, la mia ansia genera sogni confusi ambientati ovviamente a scuola. Nel mio sogno ricorrent: sono in classe circondata da alunni ma non ho la voce o comunque non riesco a parlare, mi sento bloccata. E frustrata. Non riesco a comunicare.

L’anno scorso nell’imminenza dell’inizio dell’anno scolastico che non avrei vissuto sognavo solo porte chiuse e corridoi interminabili. Quest’anno è tornato il solito sogno, quello nel quale non riesco a parlare e vado nel panico per cui mi sveglio. Ho cominciato a fare questo sogno un po’ prima del solito, già a metà agosto, forse perché riprendere dopo un anno e mezzo è più difficile che riprendere dopo 2 mesi di ferie. Riprendere poi in un ambiente nuovo in cui non so ancora come muovermi è per me motivo di ansia che durante il giorno riesco a controllare. Ma la notte no, cantava Renzo Arbore.

E c’è una new entry nei sogni. Il sogno di questo pre anno scolastico mi vede uscire da una classe e non so dove andare, corridoi bui, strade sbarrate, l’indicazione della classe poco leggibile e io sono in ritardo, ho il terrore di non riuscire ad arrivare in tempo per cui eccola l’ansia che sale. Non ho bisogno di chiedere alla mia psicoterapeuta di interpretare il sogno, ci arrivo da sola.

Ho però una curiosità. Vivo con un insegnante e so che anche lui ogni anno fa lo stesso sogno (diverso dal mio) nelle settimane che precedono l’avvio dell’anno scolastico. Mi chiedo perciò se anche gli altri insegnanti hanno sogni ricorrenti in questo periodo e quali sono. Sarebbe bello raccontarseli, raccoglierli, condividerli.