I parametri della bellezza

Non ho mai puntato sulla bellezza perché non è merito mio. La natura, i geni… non ci si può far niente, nel bene e nel male. È un dono e come tale va custodito, valorizzato senza però farne una ragione di vita. Ma il carattere quello dipende da noi, il modo di fare, di porsi, di pensare è un lungo lavoro su se stessi e ho sempre apprezzato di più questo tipo di riconoscimento. Più difficile.
Oggi mi dicono che la testa pelata mi dona, che sono bella nonostante e anzi forse più bella. Ovviamente mi fa molto piacere, sono quei massaggini dell’ego (Fabio e Fiamma cit.) che fanno bene. E fanno ancora più bene in questo mio momento – spero – contingente. Non sono più quella di prima, non lo sono dentro e non lo sono fuori. La mancanza di capelli è solo la punta di un iceberg che solo io e che mi sta più vicino conosce. Pertanto che mi si riconosca una bellezza è un qualcosa a cui volentieri e senza troppi pensieri mi appiglio in un momento in cui tutto ciò su cui poggiavo i piedi sta crollando. Mi rendo conto però che è un discorso pericoloso. Per molte donne la perdita della chioma è un lutto, non si accettano assolutamente e vedere nello sguardo degli altri l’imbarazzo o l’insofferenza è una pugnalata, una conferma dei loro pensieri più terribili.

Con il caldo di queste settimane non c’è turbante o bandana (peraltro li adoro…) che riesca a sopportare. Quindi a meno che non serva per proteggermi dal sole o dal vento (o dall’aria condizionata) ho iniziato a mostrarmi con il capo scoperto. Ho preso coraggio, spinta dalle condizioni atmosferiche. Certo gli sguardi ci sono, per lo più normale curiosità, ma ho deciso di fregarmene e di fare quello che mi fa stare meglio. Ci sono tante donne però che non vogliono mostrarsi e si nascondono. Soffrendo. Io mi mostro anche per loro, per sdoganare la donna calva, in modo che ci si possa abituare ed evitare di sgranare gli occhi o di fare commenti superficiali. Mi mostro non per vanagloria – rimango una persona riservata e insicura e anzi faccio fatica espormi – ma per aprire una strada. Di questo e per questo sono orgogliosa.

Forse però bisognerebbe interrogarsi sul concetto di bellezza. Chi ha deciso, per esempio, che una donna calva è brutta e un uomo è fascinoso? Perché i capelli per le donne sono così importanti? è un qualcosa che ci viene instillato da piccole (anche nei maschietti).
Le mie alunne hanno tutte i capelli lunghi, lunghissimi. Alcune stanno bene, altre no. Per tutte tagliarli è un sacrilegio. Ricordo che qualche anno fa una ragazzina si presentò in classe con i capelli corti, lei che fino al giorno prima li aveva lunghi e ricci, bellissimi, e le compagne di classe mi dissero che sicuramente non era normale visto come si era conciata i capelli. Per la verità stava benissimo, il taglio corto metteva in risalto i suoi occhi verdi e la slanciava. Ma per le compagne era una matta e la emarginarono ancora di più. In generale le donne con i capelli corti vengono considerate ribelli. Ribelli a cosa? Se alle convenzioni che impongono il capello lungo anche se non ci dona, anche se poco pratico, allora ben venga la ribellione. Noi donne in primis non ci accorgiamo dei condizionamenti che subiamo da piccolissime. Dobbiamo sempre piacere agli altri, fondamentalmente è questo che insegnano mamme, nonne, zie… quando invece dovremmo insegnare a piacere a noi stesse. A non avere paura dei cambiamenti. Perchè c’è anche questo aspetto. I bambini per esempio rimangono turbati se le mamme si tagliano i capelli o i papà la barba. Anche per me da bambina era così. Poi si cresce però e si comprende che si può, spesso si deve, cambiare per  stare meglio.

Piange ciò che ha
fine e ricomincia
[…]
Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore

(P.P. Pasolini, Il pianto della scavatrice)

 

Ecco la bellezza è questo. Stare bene con se stesse. E anche una donna che sta facendo la chemioterapia può sentirsi bene ed emanare quella luce che fa dire agli altri Sei bella. Perché c’è poco da fare è lo sguardo altrui che ci rimanda l’immagine di noi stesse. Per questo dovremmo iniziare a cambiare lo sguardo. E a giudicare una persona bella se sta facendo quello che la fa sentire bene, se è in armonia con ciò che la circonda, se è serena, se trasmette positività. Che abbia i capelli corti, lunghi, bianchi o rosso tiziano o che non li abbia affatto. Un discorso da estendere a tutto il resto del corpo e agli uomini. Non esiste un solo modello di bellezza. Uh come cambierebbero i parametri di bello/brutto. Sarebbe una rivoluzione. E tante persone sarebbero più felici, a iniziare dalle e dagli adolescenti, le prime vittime di questo sistema.

Datemi una classe

Sono tornata da Matera, dal Seminario per Formatori in Metodo Caviardage, con il consueto bagaglio di poesia e bellezza. Tanto affetto. Idee, voglia di sperimentare, di mettersi in gioco. Ma quest’anno avvertivo un disagio, e l’emozione dominante è stata la malinconia. Qualcosa mi manca. La classe.
Gli anni scorsi sapevo a quali alunni avrei potuto proporre le idee venute fuori dal seminario, avevo in mente i loro volti, la loro bellezza in crescita. Sapevo quali colleghe avrei potuto coinvolgere, sapevo in che contesto mi sarei trovata a insegnare. Non solo la classe ma la scuola, la segreteria, i collaboratori, le famiglie, la città. Il contesto insomma. E per me è importante, tanto che tramite i social seguo le vicende amministrative e politiche, le problematiche della città in cui insegnavo quasi più di quella in cui vivo. Quest’anno mi manca tutto. Una classe ha concluso il suo ciclo, come è giusto che sia, non è questo il punto. Con un’altra classe avevo iniziato un bel cammino, interrotto dalla malattia. E purtroppo non potrò riprenderlo. Per una serie di circostanze che hanno messo a dura prova i miei nervi, casualità, sfiga e zappa sui piedi. Ma comunque è questa ora la realtà. Ci sarà un’altra classe, un altro contesto da esplorare, una nuova scuola in cui provare a farmi conoscere? Forse.
In ogni caso tutto questo non mi entusiasma. Non è solo perché mi mancheranno i miei alunni e le mie colleghe. È drammaticamente vero ma ci sta. Non è nemmeno la paura dell’ignoto, che pure c’è. È che qui l’incognita è davvero grossa. Tra assegnazione provvisoria e malattia chissà se avrò una classe, una scuola, delle colleghe. In tanti mi dicono “quest’anno pensa a te”. Hanno sicuramente ragione. È l’atteggiamento migliore, più razionale. Ma io senza una classe non so pensarmi. Un insegnante senza la sua classe non è un insegnante. Scrivere, leggere, memorizzare, studiare, pensare in maniera strutturata… tutto è difficoltoso. Sono conseguenze della chemio che annebbia le facoltà intellettive – si chiama chemio brain – ma probabilmente se avessi un obiettivo concreto, qualcosa su cui e per cui concentrare i miei sforzi sarebbe più facile. Insomma. Datemi una classe. Ma anche l’energia l’entusiasmo la forza per esserci.